
di Rossella Ghigi (Università di Bologna)
Il libro di Maria Rosaria Marella non è soltanto un libro sul diritto di famiglia. È, più radicalmente, un libro sul modo in cui il diritto costruisce la società, distribuisce potere, organizza le relazioni e definisce ciò che appare naturale – ed è forse proprio questo il suo contributo più importante. Da sociologa, ho letto questo volume con la sensazione molto forte di trovarmi davanti a un testo che parla continuamente “oltre” i confini disciplinari. Non perché rinunci alla tecnicità giuridica — che anzi è altissima — ma perché assume fino in fondo che la famiglia non sia mai soltanto un oggetto giuridico, né soltanto un fatto sociale. La famiglia è una costruzione politico-giuridica, un dispositivo storico, un luogo di produzione e riproduzione delle gerarchie sociali. Marella lo dice molto chiaramente sin dall’introduzione, quando afferma che il suo metodo è un metodo critico e giusrealista, orientato a leggere le norme non soltanto per la loro coerenza interna ma per i loro effetti sui rapporti sociali e sulle relazioni di potere. Credo che questo sia un punto decisivo anche per chi, come me, ha un approccio sociologico al tema.
Per molti anni, infatti, la sociologia ha studiato la famiglia soprattutto come istituzione sociale: come luogo di socializzazione, di solidarietà, di cura, di trasmissione intergenerazionale. Questo libro ci ricorda invece che la famiglia è anche una macchina giuridica di distribuzione: distribuzione di risorse, di riconoscimento, di vulnerabilità, di possibilità di vita. Appare dunque cruciale, da questo punto di vista, che l’autrice utilizzi esplicitamente la categoria dell’analisi distributiva. Il diritto — scrive — non si limita a stabilire le regole del gioco, ma “distribuisce la posta ai giocatori”. Questa osservazione, apparentemente semplice, ha implicazioni enormi, perché significa che il diritto di famiglia non è neutrale rispetto: alla divisione sessuale del lavoro, alla dipendenza economica, alla cittadinanza, alla sessualità, alle possibilità di accesso al mercato, alla costruzione delle identità. In altri termini: il diritto di famiglia non si limita a “registrare” la famiglia che esiste nella società, ma contribuisce attivamente a produrla.
Qui emerge un primo grande merito del libro: la critica radicale all’idea della famiglia come realtà naturale e l’insistenza sul fatto che la famiglia sia un artefatto storico e giuridico. Questa affermazione, che nel dibattito pubblico continua a essere percepita come provocatoria, è invece essenziale per comprendere le trasformazioni contemporanee.
Oggi, se guardiamo al nostro paese, il quadro è molto chiaro. Su dieci famiglie, più di tre sono senza nucleo, ovvero sono costituite da una persona sola (single oppure, soprattutto, vedovo/a), due sono coppia senza figli, tre sono coppia con figli e più di una è monogenitore (quasi sempre la madre). Se non cambieranno dinamiche demografiche da tempo presenti come l’allungamento della speranza di vita e il bassissimo tasso di fecondità, tra i più bassi al mondo, che insieme determinano l’invecchiamento della popolazione, cui si aggiunge la crescente instabilità coniugale, il trend è chiaro: continueranno ad aumentare le persone sole, le coppie senza figli, le famiglie monogenitoriali. Le coppie senza figli rappresentano già il 20% dei nuclei familiari italiani, mentre le coppie con figli il 32% delle famiglie italiane; il sorpasso delle prime sulle seconde è atteso intorno al 2045, anche se per alcune zone d’Italia, come il Nord Ovest, è atteso ben prima. D’altra parte, già oggi siamo in Europa il paese con più bassa quota di under 30: questo vuol dire che se anche dovesse rialzarsi la fecondità, ci saranno poche persone in età riproduttiva e lavorativa capaci di far fronte alla crescente domanda di cura (attestato dal tasso di dipendenza degli anziani) e di welfare domani. Secondo le stime dei demografi, entro i prossimi dieci anni, la fascia 65–74 anni, oggi intorno ai 7 milioni, salirà arrivando a circa 8,9 milioni nel 2038, diventando la classe di età numericamente più consistente. Saranno in aumento anche le famiglie monogenitoriali, le non eterosessuali, le unipersonali, le ricostituite, le non coabitanti. Insomma, il legislatore non può avere in mente la famiglia “tipica” della coppia di giovani adulti, uniti, conviventi, con stabilità lavorativa, eterosessuali, con due figli piccoli nati biologicamente da quei genitori: perché non è, e ancor meno sarà in futuro, “tipica” – figuriamoci se “naturale”. Detta in maniera più brutale, saremo un paese costituito da un’ampia quota di persone, soprattutto donne, over 65 che vivono sole (si tratterà di non farle sentire sole e di non lasciarle sole. Ma con quale welfare non si lasceranno sole? E con le tasse sul lavoro di chi, verrà pagato quel welfare?).
In ogni caso, se la famiglia non è naturale (“ogni volta che si dice famiglia naturale da qualche parte del mondo un antropologo muore sotto atroci sofferenze”, diceva ironicamente qualcuno), allora nessuna forma familiare può pretendere di presentarsi come l’unica legittima o come il semplice riflesso di un ordine biologico. Uno degli assi portanti del volume è proprio la decostruzione delle dicotomie che hanno organizzato storicamente il discorso sulla famiglia: pubblico/privato, famiglia/mercato, tradizione/modernità, status/contratto; maschile/femminile. Marella mostra molto bene come queste opposizioni non siano descrittive ma ideologiche: servono cioè a naturalizzare rapporti di potere.

Qui il libro entra in un dialogo molto fecondo con decenni di sociologia femminista, che per prima ha lavorato sul grande tema della separazione moderna fra produzione e riproduzione sociale. Uno dei capitoli più importanti del volume, a mio avviso, è proprio quello dedicato al lavoro di cura e alla riproduzione sociale (in realtà questa questione attraversa tutto il libro come un filo rosso). Marella mostra come la costruzione moderna della famiglia abbia funzionato storicamente attraverso la rimozione del lavoro riproduttivo dal campo del lavoro riconosciuto: il lavoro domestico e di cura viene costruito come “non lavoro”. Questa riflessione è sociologicamente cruciale. Perché Si tratta di una riflessione fondamentale, perché riconosce che il diritto di famiglia ha avuto un ruolo fondamentale nel consolidare la divisione sessuale del lavoro: da una parte il lavoro produttivo, monetizzato e riconosciuto; dall’altra il lavoro di cura, invisibilizzato, femminilizzato e moralizzato. Detta altrimenti, il diritto di famiglia non è sfera separata dall’economia, ma uno dei luoghi fondamentali dell’economia politica contemporanea.
A questo proposito, mi sembra molto interessante anche il modo in cui il testo rilegge il rapporto fra famiglia e mercato. Tradizionalmente, soprattutto nella cultura giuridica europea, la famiglia è stata rappresentata come il contrario del mercato: il luogo della solidarietà opposto al luogo dell’interesse. Marella invece mostra che questa opposizione è profondamente ingannevole, nella misura in cui la famiglia non è esterna al mercato: è una delle condizioni di funzionamento del mercato. Il lavoro di cura gratuito, la riproduzione delle soggettività, il sostegno intergenerazionale, l’assorbimento delle fragilità sociali: tutto questo consente al sistema economico di funzionare scaricando sulla sfera domestica costi enormi. In questo senso, il libro dialoga implicitamente anche con tutta la riflessione contemporanea sulla crisi del welfare e sulla “familizzazione” della protezione sociale.
La genealogia critica del diritto di famiglia italiano che il testo affronta (con pagine importanti dedicate a Savigny, Cicu, Jemolo, Vassalli) non ha, da questo punto di vista, soltanto un valore storico-dottrinale, ma contribuisce a mostrare che ogni concezione della famiglia implica sempre una certa idea di ordine sociale.
Particolarmente importante, a mio avviso, è la discussione della categoria della “specialità” del diritto di famiglia. Marella ricostruisce magistralmente come il diritto di famiglia sia stato pensato, nella tradizione europea, come un diritto diverso dal diritto comune: più morale, più naturale, più impermeabile all’autonomia individuale, più disponibile all’intervento pubblico. Ma il punto decisivo è che questa specialità non è neutrale, la specialità serve storicamente a proteggere un certo modello di famiglia, e a occultare il carattere politico delle gerarchie interne alla famiglia stessa.

Qui emerge forse una delle tesi più forti del libro: il diritto di famiglia contemporaneo è attraversato da tensioni irrisolte fra logiche diverse. Marella individua tre matrici: una matrice tradizionale-comunitaria, una matrice individualista e contrattuale e una matrice centrata sui diritti fondamentali e sul riconoscimento delle identità. Queste matrici convivono, si sovrappongono, entrano in conflitto. E credo che questa sia una chiave interpretativa estremamente utile anche per leggere le contraddizioni attuali della famiglia contemporanea. Perché oggi convivono: individualizzazione dei percorsi biografici; persistenza della dipendenza economica di genere; pluralizzazione delle forme familiari; ri-tradizionalizzazione dei ruoli; riconoscimento dei diritti LGBT+; rafforzamento di discorsi neo-familisti e neo-pronatalisti. Il libro coglie molto bene questa simultaneità di processi apparentemente incompatibili.
Il capitolo dedicato alle famiglie “altre”, è estremamente importante perché evita due rischi opposti. Da una parte evita il naturalismo tradizionale, dall’altra evita anche una lettura ingenuamente celebrativa delle politiche identitarie. Marella mostra infatti che il riconoscimento giuridico delle soggettività LGBT+, delle famiglie omogenitoriali e delle identità non conformi ha certamente una portata emancipatoria, ma mostra anche che il diritto tende sempre a produrre modelli normativi di rispettabilità. Per essere riconosciute, le soggettività minoritarie sono spesso spinte ad aderire a modelli familiari fortemente normativi: stabilità, monogamia, affidabilità genitoriale, conformità ai codici della famiglia legittima. In questo senso il libro pone una domanda molto importante: quanto il riconoscimento giuridico libera davvero le soggettività, e quanto invece le reinscrive dentro nuovi modelli disciplinari? Mi sembra una domanda sociologicamente molto feconda.
Lo stesso vale per il tema della genitorialità. Le pagine dedicate alla bigenitorialità sono, a mio avviso, fra le più coraggiose del volume. L’autrice mostra come il principio della bigenitorialità, apparentemente neutro e universalistico, possa assumere talvolta una funzione autoritaria e persino proprietaria rispetto ai figli. Anche qui il merito del libro è quello di complicare le categorie. Non ci viene mai offerta una contrapposizione semplice fra progresso e regressione, ma ogni conquista giuridica viene analizzata nei suoi effetti distributivi, simbolici e materiali.
Qui entra in gioco, in modo molto forte, il riferimento all’intersezionalità, che in questo testo (come a volte invece succede) non è ornamentale. L’intersezionalità diventa nel libro uno strumento metodologico fondamentale per mostrare come il diritto di famiglia produca effetti differenti a seconda del genere, della classe sociale, della cittadinanza, della sessualità. Questo punto appare perfettamente in linea anche con il pensiero femminista, perché troppo spesso il diritto di famiglia continua a parlare un linguaggio universalistico che assume implicitamente come norma: la famiglia eterosessuale; la cittadinanza piena; la stabilità economica; la bianchezza; la divisione tradizionale dei ruoli. L’analisi intersezionale invita invece a vedere chi resta ai margini, permettendo anche di riconoscere come alcune riforme apparentemente emancipatorie possano produrre nuove vulnerabilità. Il testo è dunque anche un invito molto forte alla responsabilità critica delle scienze sociali e giuridiche, perché ci ricorda che le categorie con cui descriviamo la famiglia non sono innocenti. Parlare di: interesse del minore, autonomia, responsabilità, solidarietà, famiglia naturale o libertà contrattuale significa sempre prendere posizione rispetto a conflitti sociali concreti.
Concludo proprio su questo punto. Uno dei punti di forza di questo libro, a mio avviso, è che non separa mai teoria e politica: il sottotitolo — Teoria e metodo — va preso molto sul serio. Marella ci propone infatti un metodo di lettura del diritto di famiglia che rifiuta: il formalismo, il naturalismo, la neutralità apparente delle categorie giuridiche, e ci invita invece a leggere il diritto come pratica sociale performativa: come qualcosa che produce soggetti, ruoli, gerarchie, possibilità di vita. Da sociologa credo che questo libro rappresenti un contributo preziosissimo proprio perché rompe i confini disciplinari che invece terrebbero separate le sfere del diritto da quelle dell’economia, del genere, del lavoro, del welfare o della cittadinanza. Questo approccio ci ricorda che la famiglia è un campo di conflitto, non un luogo naturale di armonia, né un semplice rifugio privato. La famiglia è uno spazio attraversato da relazioni di potere, da aspettative normative, da diseguaglianze e da lotte per il riconoscimento- solo riconoscendolo con serenità e fuori dagli ideologismi possiamo normarla. Forse è proprio per questo che il libro di Maria Rosaria Marella è così utile: perché ci costringe a guardare la famiglia non come un residuo della tradizione, ma come uno dei laboratori centrali della contemporaneità.
Per citare questo post:
Ghigi R., (2026), Recensione a Marella (2025), “Il diritto di famiglia nella società contemporanea. Teoria e metodo”, in Studi sulla questione criminale online, al link: https://studiquestionecriminale.wordpress.com/2026/06/25/recensione-a-marella-2025-il-diritto-di-famiglia-nella-societa-contemporanea-teoria-e-metodo-di-rossella-ghigi/
