Alter·Economia e finanza·primo piano
Sull’eredità di Paul M. Sweezy
Esce in questi giorni a New York, presso Monthly Review Press, Amos Cecchi, Monopoly, Finance, and the Crisis of Capitalism. Paul M. Sweezy and His Legacy. È la traduzione inglese di Paul M. Sweezy. Monopolio e finanza nella crisi del capitalismo (Firenze University Press, 2022). Pubblichiamo uno stralcio essenziale dell’Introduzione.
Amos Cecchi 29 Giugno 2026 | Sezione: Alter, Economia e finanza, primo piano
· 8 min di lettura
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In un’intervista per i cinquant’anni di Monthly Review, Sweezy, guardando al capitalismo al passaggio fra XX e XXI secolo, fa il punto:
Ci sono altre parti del quadro generale che, io penso, abbiamo soltanto cominciato a trattare con successo, come il nuovo ruolo della finanza negli ultimi vent’anni. Il processo di accumulazione del capitale tende ad andare in stallo nelle tarde formazioni capitalistiche. Invece di risolversi in un crollo, come negli anni trenta, e in una profonda stagnazione che è durata un intero decennio e da cui è stato possibile venir fuori soltanto tramite la guerra, nel periodo dopo la seconda guerra mondiale c’è una tendenza per questo stesso stallo a generare determinate controazioni nell’area della finanza. Ciò che si vede ora è una nuova manifestazione della tendenza del capitale a dirigersi non tanto verso la produzione di beni e servizi utili, quanto verso la manipolazione del denaro e la speculazione, producendo denaro direttamente senza la mediazione del processo di produzione.
Questo c’è sempre stato. È parte del capitalismo fin dall’inizio. In effetti, come Marx è stato molto attento ad evidenziare, le prime forme del capitale erano realmente capitale mercantile, denaro che cresceva senza la produzione ma attraverso il commercio. Si compra a basso prezzo, si trasporta la merce in un’area in cui c’è più penuria e si ottiene M che si accresce in M′, i due poli del processo di accumulazione, senza che intervenga un processo di produzione. Ovviamente, questo fu superato con l’inizio della fase industriale alla fine del XVIII secolo e per tutto il XIX. Ma, ora, di nuovo, siamo entrati in una fase in cui la trasformazione del denaro in più denaro avviene sempre di più senza la mediazione della fase della produzione, insieme a una crescita straordinaria dell’indebitamento, all’espandersi di mercati finanziari totalmente senza rapporto con qualsiasi produzione reale. È stupefacente anche la misura in cui sta già accadendo, giorno dopo giorno. Alla fine ciò probabilmente creerà una propria forma di collasso, ma essa non sarà dello stesso tipo che abbiamo avuto prima.
Il capitalismo cambia sempre. Non si ripete mai realmente. Questa integrazione complessiva della produzione e della finanza in una teoria generale del processo capitalistico è ancora qualcosa nella fase dell’infanzia. Non è trattata in modo compiuto da nessuna parte. Ci sono accenni al riguardo in Keynes. Ci sono accenni in Marx. Ma una elaborazione teorica, ovviamente, non poteva dipendere che dalla storia che avrebbe creato una situazione in cui la nuova teoria venisse ad essere necessaria. Ciò è dove siamo ora.
È l’ultimo Sweezy, fra innovazione apportata e necessita avvertita di andare oltre. Nella sua analisi dell’economia e nella sua riflessione teorica – in cui prende spazio un’idea di Marx: D–D′, denaro che genera più denaro, senza la mediazione della produzione − si danno basi importanti per un discorso critico sullo stato di cose esistente che, all’epoca in cui la finanza si attesta al centro del sistema, punti a comprendere quel che sta al fondo della crisi apertasi nel capitalismo, a livello globale.
Con la fine dell’età d’oro (la fase storica fra il dopoguerra e l’inizio degli anni settanta), Sweezy si concentra su quel che sta cambiando nel capitalismo monopolistico in atto: in specie, sul grande indebitamento che avanza, sull’impulso rilevante che esso dà al consumo di massa e, insieme, al dispiegarsi del gioco speculativo della finanza, il casino capitalism. Egli riflette sui cambiamenti sostanziali – e sull’ulteriore instabilità e insostenibilità – che così intervengono, in questa fase, nella dinamica del capitalismo. La sua è una riflessione che anticipa l’attenzione alla dimensione-finanza che anche nell’area che si richiama a Marx viene in evidenza soltanto (o soprattutto) con il tracollo della new economy e con la crisi generale 2007-08. È poco conosciuta e analizzata, in generale e pure (con poche eccezioni) nel marxismo teorico e nella sinistra politica radicale.
Molto più nota e discussa è (stata), all’opposto, l’elaborazione sweeziana precedente: sia quella del giovane Sweezy, che nel 1942 pubblica La teoria dello sviluppo capitalistico, intervenendo in modo significativo nel dibattito su Marx e sul nuovo capitalismo (monopolistico) della grande depressione, sia quella del Sweezy maturo, che, con Baran, scrive Il capitale monopolistico, un’opera fortemente innovativa che apporta un contributo teorico-politico di grande rilevanza all’analisi del capitalismo moderno, e che è – insieme alla rivista che co-dirige – un punto di riferimento teorico primario per il marxismo su scala globale.
In Italia (per esempio), in specie negli anni sessanta e settanta, Sweezy è letto e dibattuto in tutta la sinistra, politica e intellettuale, nelle sue diverse ramificazioni, e anche oltre.
Oggi, la differenza con quel livello di attenzione si avverte assai. E non può esser richiamata, in modo superficiale, la distanza determinatasi con il cambiamento economico-sociale, politico e culturale prodottosi. Sweezy su gran parte di ciò è intervenuto, in modo rilevante. Il discorso, quindi, richiede di andare più a fondo. Si tratta di guardare alla sconfitta storica (sociale, politica e culturale) che il movimento operaio subisce nei paesi capitalistici avanzati d’Europa, al finire degli anni settanta, e al cambiamento che interviene nel modo di funzionare del sistema – ancor prima della grande modificazione geo-politica del mondo (fine anni ottanta/inizio anni novanta) e dei processi economico-sociali e politici ulteriormente dispiegatisi, a livello globale. Necessita anche di considerare, compiutamente, i processi culturali e teorico-politici che da qui muovono: il declino dell’analisi a impostazione marxiana (pur nel perdurare e nel rinnovarsi dell’attenzione a Marx), il perdersi a sinistra di un pensiero critico, l’influenza assai dispiegata e intensa di quell’ideologia della fine della storia che è stata interiorizzata, politicamente e intellettualmente, a sinistra, in modo più esteso e più profondo di quel che può apparire e che persiste anche al deteriorarsi delle basi di quella visione politico-culturale nella crisi generale sistemica che stiamo vivendo.
A rendere ulteriormente problematica la questione è pure uno stato frantumato della ricerca intellettuale su Marx – intorno a un sapere irriducibile a specialismo – mancante di intenso confronto interno. Influisce qui anche il non darsi, oggi, di soggettività politico-generali importanti, portatrici di un pensiero critico sull’esistente, che in Marx abbiano, in qualche modo, un punto di riferimento critico-analitico e che all’area politico-intellettuale che, nei suoi diversi approcci, si rifà a Marx offrano un possibile riscontro e un possibile spazio (politico oltre che teorico) di confronto.
In più, specificamente per Sweezy (e per la funzione che svolge Monthly Review, su cui, fino all’ultimo, pubblica importanti saggi) gioca, come complicazione, il suo essere portatore di eresia. Il suo rapporto con Marx e il suo pensiero critico e innovativo, attento alle modificazioni sostanziali intervenute nel capitalistico contemporaneo, costituiscono un nucleo di intensa problematicità – con La teoria dello sviluppo capitalistico e, soprattutto, con Il capitale monopolistico – sia per la sinistra (politico-partitica e intellettuale) prevalente, apparentemente ortodossa, seppur segnata da un deficit di attenzione alla dimensione strutturale, che per la sinistra, politica e intellettuale, estrema, presso la quale l’innovazione sweeziana è letta come deviazione e subalternità al keynesismo. Ora, nuovamente, il suo ragionare, con la riflessione che imposta sulla finanziarizzazione del processo di accumulazione del capitale, tende a collocarlo in uno spazio particolarmente critico che può esser colto da punti di ricerca aperti all’innovazione e, al contempo, risultare del tutto estraneo ad aree politico-intellettuali in sostanziale distacco da Marx o improntate a un’ortodossia marxista, incapace di comprendere quel che nel capitalismo si è modificato.
Rimane, comunque, che l’elaborazione sweeziana può ancora costituire un riferimento importante per lo sviluppo di un’analisi critica. In presenza di un deficit di investimento e di un indebitamento debordante, che dà base all’impulso al consumo e al montare della speculazione, il discorso di Sweezy può tenere assieme produzione e finanza, dinamica economico-produttiva e assorbimento finanziario del surplus, tendenza alla stagnazione e dilagare della finanza, che, con la logica speculativa che induce nell’agire di ogni soggetto economico e con il suo riflettersi sul modo di funzionamento complessivo dell’economia, espone il sistema, col formarsi e l’esplodere di bolle, a una deriva accentuata di fragilità, instabilità e insostenibilità.
Nell’analisi e nella teoria d’impianto marxiano, Sweezy opera un raccordo d’indubbio valore tra la linea di pensiero che, muovendo da Marx, punta alla definizione di una teoria della crisi del capitalismo, basata sulla tendenza alla sovraccumulazione e alla stagnazione ̶ quella che egli chiama neo-marxiana e che ha riferimento primario in Kalecki ̶ e la riflessione sul capitale finanziario che si diparte da Marx e Hilferding e che egli, insieme a Magdoff, sviluppa, anche confrontandosi con il pensiero eterodosso di Hyman Minsky, evidenziando il ruolo che la finanza è chiamata a svolgere nell’insieme economico, ad un certo punto cambiandone pure l’equilibrio sistemico interno.
La riflessione di Sweezy immette nuovi e significativi elementi teorici per andare avanti. Mantenendosi, in modo aperto e creativo, nel solco di un’impostazione marxiana. L’esigenza che pone – quella di una teoria generale in grado di integrare compiutamente produzione e finanza – appare essenziale per comprendere criticamente il funzionamento del sistema, all’altezza del capitalismo contemporaneo monopolistico-finanziario. Anche per dar forza teorica (e pratica) a una strategia di cambiamento radicale della società, a fronte del multiforme insieme di contraddizioni che il capitalismo in atto pone, drammaticamente, davanti all’umanità di questo pianeta.
