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αναρτήθηκε από : tinakanoumegk on : Παρασκευή 16 Οκτωβρίου 2026 0 comments

 



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Introduzione

Chi lotta contro le ingiustizie del capitalismo conosce bene la repressione dello Stato, che parla a nome del Popolo mentre difende gli interessi della borghesia. Lo Stato-nazione moderno “è l’attuale strumento politico del capitalismo” (Aslan, 2023), incompatibile con i valori di una società plurale, inclusiva e politicamente attiva (Öcalan, 2024). Nel modello della democrazia rappresentativa, questo concentra i meccanismi decisionali formali nelle mani di rappresentanti, sottoponendo la maggioranza delle persone a un sistema di sfruttamento che le costringe a vendere la propria forza lavoro per sopravvivere. La costante minaccia di repressione ed emarginazione – sia esplicitamente con il carcere e le sparizioni forzate, sia indirettamente attraverso la fame e la miseria – consente alla classe capitalista di appropriarsi del lavoro umano e dei suoi frutti.

Ciononostante, l’umanità è riuscita a mantenere viva la speranza di un mondo diverso, alimentata da atti quotidiani di solidarietà che trascendono la logica del capitale, pratiche che vanno dalle reti familiari e comunitarie di mutua cura al processo decisionale collettivo e alla gestione collettiva delle risorse comuni. Nei momenti di ribellione aperta, queste pratiche collettive assumono un significato politico più esplicito quando vengono utilizzate per gestire territori più ampi strappati al controllo dello Stato e del modo di produzione capitalistico. Per esempio, quando i popoli indigeni della regione di Cholula in Messico occuparono l’impianto di imbottigliamento dell’acqua della multinazionale francese Danone nel 2021, sigillarono i pozzi, interruppero la produzione e trasformarono le istallazioni in uno spazio di lotta gestito collettivamente. Pur definendosi con nomi diversi, queste azioni, spazi e relazioni comunitarie possono essere analizzate attraverso il concetto di comune. La maggior parte delle comuni sorte nel corso degli anni ha avuto una fine violenta, ma ha lasciato il segno nella coscienza collettiva, perché dove c’è stato un giardino, restano i semi.

Le lotte popolari che oggi si oppongono al capitalismo neoliberista e a un sistema di governo eufemisticamente chiamato “democrazia” sono eredi di lotte ben più antiche che, per millenni, hanno resistito ai processi di dominio delle masse da parte di coloro che cercano di assoggettarle alla tirannia di pochi (Öcalan, 2024). Sia il popolo curdo in Mesopotamia che i popoli indigeni in Messico sono riusciti a mantenere le loro reti comunitarie tradizionali di fronte a processi che ne favoriscono la frammentazione, e continuano a costruire comunità attraverso lotte che mirano non solo a preservare la loro autonomia, ma anche a distruggere tutto ciò che la minaccia. Queste lotte hanno ispirato altri popoli in altre parti del mondo perché offrono una proposta concreta basata su un modello eterogeneo di società pluralista libera dallo sfruttamento, sia esso lavorativo, sessuale o della natura. In contrasto con la visione lineare della storia che considera il comunitarismo rurale “primitivo” e la specializzazione gerarchica dello Stato “avanzata”, le comuni rappresentano un modo di interagire più sostenibile, inclusivo e democratico rispetto al modello dominante della democrazia rappresentativa.

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, sotto il capitalismo neoliberista, molti Stati hanno ceduto al settore privato il controllo di servizi pubblici come l’istruzione, la sanità, i trasporti e i mezzi di comunicazione, nonché la proprietà di beni comuni come foreste, pascoli, acqua e conoscenza. Come spiega la sesta dichiarazione dell’Esercito Zapatista per la Liberazione Nazionale (EZLN): “Il capitalismo trasforma ogni cosa in merce; mercifica le persone, la natura, la cultura, la storia e la coscienza. Secondo il capitalismo, tutto deve essere comprabile e vendibile” (EZLN, 2005). Di fronte a questa grave emergenza per i beni comuni e per le condizioni di vita delle persone, ci sono partiti politici che cercano la soluzione attraverso il rafforzamento dello Stato, sia in un’ottica di sinistra progressista come nella “quarta trasformazione” del partito Morena in Messico, sia in una di destra xenofoba come nel movimento “Make America Great Again” (MAGA) dei repubblicani negli Stati Uniti. Queste proposte si basano sull’illusione che lo Stato si prenda cura degli interessi dei cittadini, quando in realtà favorisce gli interessi economici della classe borghese che lo finanzia. In contrasto con questa promessa “dall’alto”, ci sono proposte come il confederalismo democratico in Kurdistan e lo zapatismo in Messico, che rifiutano la centralizzazione del potere nelle mani di poche persone e propongono invece altri modi di organizzazione basati sul potere popolare, compreso l’autogoverno attraverso le assemblee generali, e le economie solidali basate sul lavoro collettivo ed i beni comuni.

Questo saggio analizzerà tali proposte di società a partire dal concetto della “comune”, attingendo a elementi del pensiero marxista presenti nella teoria critica, a elementi del pensiero femminista presenti nelle reti comunitarie e a elementi del pensiero curdo e indigeno riscontrabili nel confederalismo democratico, nel Jineoloji (la “scienza delle donne”) e nello zapatismo. La comune, come forma sociale, presenta un importante aspetto economico legato alla gestione delle risorse comuni, ma deve essere inteso in senso più ampio, includendo tutti gli aspetti della vita sociale, tra cui l’autogoverno, la cultura, il rapporto con l’ambiente naturale e le relazioni di genere. Qualsiasi teorizzazione sulla comune deve necessariamente partire da esperienze concrete di lotta sociale e dialogare con coloro che hanno riflettuto sulla realtà sociale mentre lottavano per trasformarla.

Marx (1871) fu affascinato dalla Comune di Parigi, considerandola un esempio di proletariato emancipato, in cui la classe operaia si impadronì non solo dei mezzi di produzione, ma di ogni aspetto della propria vita. La teoria critica di autori come Holloway (2005, 2011) riprende il pensiero di Marx, rifiutando lo statocentrismo e il determinismo dei partiti comunisti ortodossi per recuperare il concetto di comune come valida alternativa alla logica del capitale. Il pensiero zapatista, come espresso nelle dichiarazioni pubbliche dell’Esercito Zapatista della Liberazione Nazionale (EZLN, 2005), si ispira alle visioni del mondo indigene del Messico sudorientale per cercare alternative allo Stato e al capitalismo attraverso la lotta collettiva per la vita e per i beni comuni. Il pensiero autonomista curdo, il cui principale esponente è Öcalan (2024), considera la comune come una forma naturale di organizzazione umana, storicamente repressa dagli imperi teocratici e attualmente dallo Stato-nazione moderno. Jineoloji, la “scienza delle donne” del pensiero curdo, esplora le modalità con cui l’oppressione patriarcale si intreccia con lo Stato e il capitalismo, normalizzando un sistema di pensiero basato sull’espropriazione dei corpi e della natura (Aslan, 2023; Öcalan, 2026). La teoria di Entramados Comunitarios (“trame comunitarie”), sviluppata da autrici come Aguilar e Navarro (2019) e Navarro e Linsalata (2023) dal Messico, evidenzia il ruolo delle donne nel tessere le reti che sostengono le comunità e, quando scoppia una protesta sociale, ne consentono la persistenza nonostante la repressione. Partendo da queste basi teoriche e dialogando con le esperienze di lotta in Kurdistan e in Messico, questo saggio esplorerà brevemente il concetto di comune come alternativa allo Stato e la sua importanza per la costruzione di una lotta anticapitalista.

Comunalità nelle crepe del sistema

La comune, come forma sociale collettiva, emerge in momenti eccezionali attraverso la lotta organizzata, quando si verifica una profonda rottura con la normalità gerarchica di un sistema che si appropria della forza vitale del popolo. Tuttavia, non nasce dal nulla, ma si costruisce piuttosto sulla base di culture di resistenza e mutuo soccorso che esistono ai margini del sistema, nelle sue crepe e nelle ombre dove l’apparato repressivo dello Stato non presta sufficiente attenzione per percepire una minaccia esistenziale. Se la comune come ribellione organizzata è come un fungo che spunta nella foresta, le reti di mutuo sostegno sono come il micelio sotterraneo da cui nasce.

Queste forme di comunalità (definite dal pensiero indigeno sugli stili di vita comunitari nelle comunità rurali), che diventano la base di una comune, esistono in diverse forme in tutti gli spazi popolari del mondo (Öcalan, 2024). Tuttavia, sono particolarmente diffuse nelle culture indigene e rurali, dove esiste una continuità storica con le pratiche comunitarie tradizionali, e nel lavoro femminile, storicamente relegato all’informalità perché non è retribuito. Per Gutiérrez e Navarro, queste forme di comunalità sono composte da legami sociali che trascendono in parte la mediazione del capitale perché “sono orientate oltre le relazioni di mercato associate alla produzione di valore” (2019, p. 301). Queste reti di interdipendenza formano il “tessuto della vita” che minaccia la logica della produzione capitalistica e la mediazione dello Stato (Navarro e Linsalata, 2021).

La dimensione comunitaria si esprime durante tutto l’anno attraverso il lavoro collettivo, come la preparazione di un pasto comunitario o la coltivazione di un appezzamento di terreno, e nell’organizzazione collettiva di celebrazioni religiose o familiari, come un matrimonio. Si esprime anche in collettivi di lotta in cui i processi decisionali sono condivisi e in reti territoriali organizzate attraverso assemblee. Questi spazi limitati non sono classificabili come comuni in senso completo perché esistono solo durante il tempo libero, secondo la logica del calendario capitalistico, ma costituiscono la base comunitaria che permette alle comuni di emergere e perdurare quando la ribellione diventa di massa. Permettono alle comunità di superare gradualmente il dominio statale, non attraverso una rottura improvvisa, ma attraverso la costruzione di reti culturali, sociali e politiche che ne promuovono l’autodeterminazione. Le reti comunitarie si sviluppano dal basso, rendendo superfluo lo Stato e sostituendolo con forme decentralizzate basate sulla solidarietà. Per Holloway, queste esperienze sono come “crepe” nel muro del capitalismo che ci circonda: crepe che allo stesso tempo indeboliscono le fondamenta del muro e ci permettono di intravedere un mondo diverso che aspiriamo a costruire (Holloway, 2011). Attraverso queste pratiche comunitarie, la trasformazione sociale scaturisce non solo dal confronto diretto con il nemico oppressore, ma anche dalla costruzione di un mondo alternativo in cui l’influenza dell’oppressore diminuisce. Spesso, i due aspetti vanno di pari passo.

In Kurdistan, le pratiche di vita collettiva si sono sviluppate in contesti diversi, tra cui comunità contadine, campi e tunnel di guerriglia e reti create all’interno delle carceri per il mutuo sostegno e la formazione politica. Questi spazi hanno influenzato il senso di appartenenza e l’identità collettiva che animano la lotta di liberazione curda: dalle donne guerrigliere che hanno portato nelle loro comunità l’idea che le loro idee e i loro desideri siano importanti quanto quelli di qualsiasi uomo, a coloro che, una volta rilasciati dal carcere dopo molti anni, portano con sé la convinzione che nessuna promessa dei potenti potrà indurli a tradire un compagno. Anche in Messico, le pratiche indigene di lavoro collettivo, terre comuni e assemblee popolari costituiscono il terreno fertile per le lotte antisistema emerse in Chiapas e in tutto il paese.

La comune come momento storico di autodeterminazione

Quando scoppia una protesta sociale e il popolo riesce a riappropriarsi del proprio potere decisionale, precedentemente usurpato dagli oppressori, i meccanismi comunitari e il potere collettivo possono portare alla creazione di una realtà che chiameremo comune, sebbene possa assumere nomi diversi. I membri di una comune partecipano attivamente alla definizione del suo indirizzo attraverso meccanismi decisionali collettivi come assemblee, lavoro comunitario e gestione congiunta delle risorse condivise. Nessuna comune è “perfetta”, completamente esente dalle dinamiche gerarchiche e oppressive della società dominante. Questo saggio non intende tracciare una linea di demarcazione tra una comune “vera” e una “parziale”, ma piuttosto evidenziare i modi in cui diverse esperienze di lotta sono caratterizzate da elementi tipici della comune. Sia le esperienze di breve durata, come un presidio o un blocco stradale, sia quelle di più lunga durata, come la comune di Rojava in Siria o i consigli comunitari e i caracoles (centri di riunione) zapatisti in Chiapas, riflettono un modello comunitario di relazioni umane, molto diverso dalle gerarchie di cieca obbedienza normalizzate dallo Stato e dalle aziende capitalistiche private. Si tratta di spazi in cui le donne svolgono un ruolo di primo piano e in cui le differenze di classe sociale sono praticamente inesistenti di fronte ai bisogni urgenti e condivisi della comunità.

Le comuni sono storicamente sorte per difendere progetti di trasformazione sociale dalla repressione dello Stato e di altri servitori del capitale. La rivolta zapatista del 1994 ha portato all’occupazione di territori e alla loro reinterpretazione collettiva in opposizione all’esercito messicano e ai cartelli della droga; la creazione della Regione Autonoma del Rojava nel 2014 ha significato la realizzazione di un progetto collettivo nel nord e nell’est della Siria, in resistenza ai tentativi di impadronirsi del territorio da parte del regime siriano, delle forze mercenarie e dello Stato islamico. Il discorso egemonico ha cercato di delegittimare queste esperienze riducendole, nell’immaginario collettivo, a eventi locali, ma in realtà si tratta di progetti più ampi, con implicazioni per l’intero Paese dove si svolgono e per il sistema capitalistico globale nel suo complesso. Queste esperienze di comune non mirano a usurpare il potere statale, bensì a costruire alternative allo Stato, dal basso e dall’esterno di esso. Significa andare oltre il concetto liberale di “rappresentanza”, in cui i cittadini si accontentano di votare per determinare chi prenderà le decisioni per loro conto, e sostituirlo con un modello in cui è la popolazione stessa a dover decidere per sé tramite assemblee. Nell’organizzazione comunitaria non esiste un’autorità centrale al di sopra delle comunità che compongono un territorio; piuttosto, sono le comunità stesse, collettivamente, a determinare il proprio percorso. Come spiega l’EZLN: “Questa forma di governo autonomo non è stata inventata di sana pianta dall’EZLN, ma deriva da diversi secoli di resistenza indigena e dall’esperienza zapatista stessa, ed è simile all’autogoverno delle comunità” (EZLN, 2005).

L’economia comunitaria tende a ridurre le disuguaglianze, garantendo che le attività delle persone rispondano ai loro bisogni reali e non ai capricci dei mercati internazionali. Ad esempio, i terreni delle ex grandi proprietà terriere espropriate dalla rivolta zapatista vengono ora coltivati collettivamente per soddisfare le esigenze delle comunità, senza dipendere da programmi di sviluppo governativi o investimenti aziendali. Nel Rojava, l’agricoltura tradizionale, ripristinata dalla comunità, ha permesso di rivitalizzare terreni che erano stati resi sterili dall’agricoltura intensiva. Attraverso un’economia solidale e la gestione dei beni comuni, si stanno recuperando la sovranità alimentare, un rapporto più rispettoso con l’ambiente e una vita più dignitosa per le persone.

L’esperienza curda offre importanti insegnamenti sul concetto di comune, sia come realtà concreta che come progetto politico. Il Kurdistan è una nazione senza Stato (Aslan, 2023), divisa dai confini degli stati nazionali di Turchia, Iraq, Iran e Siria. La lotta del popolo curdo ha assunto forme diverse in ciascuno di questi contesti, pur essendo transnazionale e internazionale. In Turchia, una parte del movimento partecipa alle elezioni e ha rappresentanza in Parlamento, mentre un’altra parte si organizza autonomamente attraverso consigli popolari locali, consigli femminili e consigli di quartiere. Invece, nel contesto della guerra civile siriana, nel 2012 è stata istituita l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est, governata attraverso consigli di assemblea locali che fino a poco fa si negavano a lasciar entrare le forze statali al loro territorio. Questi meccanismi funzionano non solo come pratiche di autogoverno, ma anche come spazi in cui la vita comunitaria viene riorganizzata, dall’istruzione popolare multilingue alle organizzazioni femminili autonome. Sebbene le forze di autodifesa curde in Siria si siano ufficialmente smobilitate nel 2026, mantengono di fatto un margine significativo di autonomia nella loro regione. Sotto la bandiera del confederalismo democratico, il popolo curdo e i suoi alleati internazionalisti hanno combattuto in Mesopotamia e in tutto il mondo per costruire una società pluralista, al di fuori dello Stato e contro il capitalismo, basata su principi ecologici e femministi (Öcalan, 2024).

Anche la lotta zapatista per la vita può essere intesa come una lotta contro il feticismo del capitale e la frammentazione individualistica, motivo per cui è stata paragonata alla Comune di Parigi, ai consigli operai e ad altre lotte per i beni comuni (Holloway, 2005, p. 110). Sebbene nei loro incontri internazionali i portavoce del comitato rivoluzionario zapatista clandestino abbiano chiarito di non considerare la loro lotta paragonabile a quelle di altre parti del mondo, non c’è dubbio che i loro metodi e la loro visione abbiano ispirato altre lotte in Messico (ad esempio, nelle comunità partecipanti al Congresso Nazionale Indigeno) e nel mondo (ad esempio, negli spazi di lotta in Europa che hanno ospitato il tour zapatista nel 2021). I sette principi zapatisti del “guidare obbedendo”, che pongono le autorità sotto il controllo dell’assemblea, sono stati incorporati nella visione di altre organizzazioni non allineate, come le Abejas de Acteal, e sono stati impropriamente appropriati e distorti dal governo messicano nel suo Piano di Sviluppo Nazionale 2019-2024, dimostrando il loro impatto sull’immaginario collettivo più ampio. Il coordinamento di assemblee locali, regionali e persino internazionali esemplifica la portata del progetto zapatista che, attraverso un coordinamento decentralizzato tra diverse lotte, contribuisce a costruire un “mondo in cui coesistono molti mondi”, distinto dalla visione universale e omogenea della globalizzazione capitalista.

Conclusioni

Le esperienze rivoluzionarie in diverse aree geografiche e momenti storici hanno permesso ai popoli di riprendere il controllo del proprio destino per brevi periodi e in spazi limitati: si pensi alla Comune di Parigi, ai Soviet in Russia o, più recentemente, alla rivolta zapatista in Chiapas e alla Comune del Rojava in Kurdistan. Si tratta di situazioni in cui le masse lavoratrici e contadine interrompono i meccanismi borghesi di sfruttamento, instaurando un potere popolare attraverso assemblee in cui le decisioni vengono prese collettivamente. Queste esperienze rivoluzionarie si fondano su un terreno culturale popolare, costruito di generazione in generazione ai margini e nelle crepe del sistema capitalista e statalista attraverso meccanismi di mutuo soccorso e di processi decisionali collettivi. Questi meccanismi informali hanno permesso alla classe lavoratrice di sopravvivere ai cicli più brutali dell’economia capitalista e alle carenze di uno Stato che non garantisce il benessere della popolazione che risiede tra le sue frontiere.

Sia le forme minori di comunitarismo che esistono nelle crepe del sistema capitalistico, sia i momenti storici di costruzione consapevole delle comuni come progetto politico, sono significativi perché offrono alternative valide a un progetto di civiltà presentato come universale e inevitabile. Ogni espressione collettiva di ribellione ripete alcune caratteristiche della comune, che si accentuano quanto più profonda è la lotta: dalla gestione collettiva dello spazio durante un’azione di protesta, alla sua gestione più organizzata in un presidio permanente o in un blocco stradale, fino a culminare nella comune come progetto olistico per una società più giusta in luoghi come il Rojava o i territori zapatisti.

La narrazione dominante nella storia ufficiale riduce le comuni a punti di rottura conclusisi con il fallimento, quando la popolazione capitolava o veniva massacrata, come bolle che scoppiano o epidemie che vengono debellate in tempo, prima di diventare un fenomeno mondiale. Tuttavia, le comuni più significative esistono e sono esistite su un fertile substrato di cultura popolare, che permette alle persone di insorgere in momenti diversi e secondo le specifiche modalità di ogni territorio. Da questa prospettiva, la rivoluzione non è un singolo momento di rottura storica totale, ma un processo continuo di costruzione di società alternative, contro e al di fuori dello Stato e del capitalismo. L’emancipazione non è solo un obiettivo per il futuro, ma una pratica costante nel presente (Öcalan, 2026). L’organizzazione comunitaria è saldamente radicata nella terra e nelle persone che la abitano. Non aderisce a formule politiche universali e, al contempo, rifiuta di essere considerata un modello da imitare. Nei loro incontri internazionali, le delegazioni zapatiste hanno ripetutamente insistito sul fatto che ogni comunità, dal proprio territorio, debba trovare il proprio modo di organizzarsi secondo i propri metodi, senza presumere che un modello efficace in un contesto lo sia altrettanto in un altro. Ciononostante, ogni atto di resistenza genera speranza, anche in tempi e luoghi lontani, nella possibilità di un mondo diverso.

Riferimenti bibliografici:
– Aslan, Azize (2023), “Rojava: una civilización sin Estado”. En Gómez, F. (coordinador), Internacionalismo crítico y luchas por la vida: Hacia la construcción de horizontes futuros desde las resistencias y autonomías, Cátedra Jorge Alonso, México
– EZLN (2005), Sexta Declaración de la Selva Lacandona
– Gutiérrez Aguilar, Raquel y Navarro Trujillo, Mina (2019), “Producir lo Común para sostener y transformar la vida: algunas reflexiones desde la clave de la interdependencia”, en Confluencias, 21 (2), pp. 298-324
– Holloway, John (2002), Cambiar el Mundo sin Tomar el Poder, traduzione italiana Cambiare il mondo senza prendere il potere. Il significato della rivoluzione oggi, Intra Moenia, 2004
– Holloway, John (2011), Agrietar el capitalismo. El hacer contra el trabajo, traduzione italiana Crack Capitalism, DeriveApprodi, 2912
– Marx, Karl (1871), La Guerra Civil en Francia, traduzione italiana La guerra civile in Francia, Editori Riuniti, 1974, una copia digitale in formato PDF è consultable su Filosofico.net – La guerra civile in Francia
– Navarro Trujillo, Mina, y Línsalata, Lucía (2021), “Capitaloceno, luchas por lo común y disputas por otros términos de interdependencia en el tejido de la vida. Reflexiones desde América Latina”, Relaciones Internacionales, 46, pp. 81-98
– Öcalan, Abdullah (2023), Sociologia della libertà. Manifesto della civiltà democratica (vol. 3), Edizioni Punto Rosso
– Öcalan, Ayney (2026). Donna, vita, libertà: senza le donne non c’è democrazia, Volere la Luna

* L’articolo è l’adattamento di un testo pubblicato originalmente in spagnolo nella rivista argentina Comunizar, con il titolo Comuna y Estado: experiencias de resistencia colectiva en Kurdistán y México.

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