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Teoria politica: qualcosa sta germogliando di Riccardo Paccosi

αναρτήθηκε από : tinakanoumegk on : Τετάρτη 27 Μαΐου 2026 0 comments

- 27/05/2026

Teoria politica: qualcosa sta germogliando

Fonte: Riccardo Paccosi

Da un po’ di tempo, leggendo vari interventi, sto avvertendo l’esatta sensazione che qualcosa stia sorgendo o meglio ancora germogliando: precisamente, avverto la fase aurorale di ciò che nel contesto dell’opposizione anti-sistema è sempre mancato, ovvero un pensiero forte e soprattutto condiviso. 
Suddetto pensiero, ben lungi dall’essere già sistematico, è ancora in fase embrionale ma il punto è che sono ravvisabili categorie, concetti e termini che ricorrono da persona a persona, aspetti di visione generale del mondo che si disambiguano e si chiariscono.
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Quando la crisi della diade destra-sinistra iniziò a palesarsi tra il 2007 e il 2008, l’opposizione si diede una forma-movimento rivendicante l’idea che non vi fosse bisogno d’un pensiero: sulla scia della corrente filosofica del New Realism, il primo populismo organizzato in Italia dalla Casaleggio Associati sottintendeva che il mondo avesse bisogno solo di soluzioni tecnico-pragmatiche, neutralmente efficaci. 
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Quando poi si arrivò alla crisi di legittimazione dell’eurofederalismo negli anni 2011-2013, cominciarono a nascere le piccole formazioni sovraniste che, pur dotate d’un pensiero forte, non riuscirono mai ad andare oltre un ruolo di avanguardia perché culturalmente poco propense o materialmente poco attrezzate al lavoro sociale sui territori.
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Quando nel 2020 si inverò la tesi di Carl Schmitt secondo la quale il potere coincide con la facoltà di decretare lo stato d’eccezione, nacque una dinamica di protesta di massa che rompeva tutti i confini ideologici del passato. 
In quell’occasione il ceto militante di quell’area – compreso il sottoscritto – commise l’errore di pensare che quell’insorgenza sociale racchiudesse anche una soggettività politica: così non era, così non poteva essere perché dentro quella dinamica di massa non sussisteva un pensiero collettivo maggioritario o egemone, ma solo un coacervo di istanze culturali e prospettive filosofiche talora antitetiche fra loro.  
Veniamo, insomma, da un attraversamento del deserto che non ha riguardato solo l’organizzazione politica ma anche il pensiero politico.
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Andrebbe in primo luogo chiarito, una volta per tutte, che le persone che come il sottoscritto sono riconosciute da un certo numero di altre persone come latrici di teoria, non sono affatto quelle “più intelligenti” o “più preparate” ma solo quelle che, molto semplicemente, per indole e per applicazione hanno finito per sviluppare quella specifica tecnicalità ch’è alla base del lavoro di produzione teorica. 
Il problema è che ciascuno di noi “teorici”, in questi anni, ha coltivato solipsisticamente l’orticello del proprio pensiero, sui social e sui libri, non generando mai qualcosa d’interconnesso e che potesse puntare, quindi, a conquistare maggioranza o egemonia nella galassia dell’opposizione sociale. 
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O meglio, non lo abbiamo fatto fino a oggi giacché ultimamente, come dicevo, in maniera completamente spontanea qualche elemento di connessione sembrerebbe invece essere germogliato. Categorie condivise compaiono, si rincorrono negli interventi di persone diverse, dando così l’idea di qualcosa che si stia pian piano chiarendo e pian piano connettendo.
L’ho intravisto, per esempio, negli interventi di Gabriele Guzzi affermanti la necessità di un’analisi materialista dei processi storici e denuncianti, al contempo, il venir meno della prospettiva spirituale. 
L’ho intravisto negli sforzi di Antonello Cresti nel definire una dimensione autonoma e popolare della cultura, ovvero autonoma dalle polarità destra-sinistra che indirizzano e conformano il linguaggio e, quindi, anche la produzione artistico-culturale.
L’ho intravisto negli interventi di Valentina Ferranti volti a denunciare come una certa ideologia neoliberale sfiduciante la relazione uomo-donna stia implicando, filosoficamente, una messa in crisi dell’amore in quanto tale.
L’ho intravisto nell’intervento odierno di Vincenzo Costa volto ad argomentare come i cosiddetti “rossobruni”, tanto avversati dai neoliberali di destra come di sinistra, siano identificabili con coloro che vogliono collegare il concetto di giustizia sociale a quello di tradizione (e quindi – rilancio io – con coloro che vogliono spaccare quell’architrave del pensiero occidentale che è la distinzione fra progressismo e conservatorismo).
L’ho intravisto in decine e decine di altri interventi, che non sto a citare perché sicuramente dimenticherei qualcuno.
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Ritengo che occorra darsi degli strumenti di sinergia comunicativa, incontro fisico e discussione affinché questa potenzialità diventi fatto compiuto, affinché la connessione teorico-filosofica si alimenti e affinché si arrivi, finalmente, a una situazione in cui le idee divengono più importanti e più conosciute delle singole persone che le elaborano e le veicolano.

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